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La notte del classico

Sedendo e mirando

In soli quindici versi G. Leopardi ci conduce alle soglie dell’Infinito, a patto che accogliamo il suo invito al raccoglimento e alla concentrazione; la pregnanza dei due gerundi (il gerundio è il modo dell’azione che diviene, per così dire al rallentatore) corrobora la significatività del lessico, già di per sé intenso: sedere non è sedersi (infatti in Latino si tratta di due voci verbali distinte) e mirare non è guardare (ma fissare con ammirazione, come di fronte ad un miracolo, quasi a prendere la mira).

In una sola serata gli alunni e gli ex alunni del Liceo classico “Doria” che hanno animato la Notte del classico hanno dato prova di essere perfetti (nel senso etimologico di “compiuti”) allievi del recanatese. Il loro pubblico ha accolto la sfida, non facile nel nostro tempo, ossia quella di rallentare, di cedere per una sera al ritmo lento del racconto, o, meglio, di una sorta di rac – canto (per parafrasare M. Gramellini) dal sapore epico. E se è vero che, fin dai primordi, la poesia è “carmen”, ossia parola e musica, come non manca di ricordare il già citato Leopardi allorchè sceglie per le sue poesie il titolo di “Canti”, quale migliore occasione per i giovani talenti del Liceo di coniugare la loro passione per la cultura letteraria con quella per la musica?

Esattamente come nell’idillio leopardiano, dunque, una metaforica “siepe”, ossia la formalità dell’Istituzione scolastica, ha costituito l’occasione per travalicare l’oggetto (le discipline di studio) e cogliere, attraverso un’esperienza intellettuale (infatti Leopardi ricorre al verbo della creazione artistica per descrivere l’esperienza, ossia “mi fingo”, che in Latino si impiegava per indicare l’attività dell’artista che “crea” ciò che in natura non esiste) l’infinito, ossia il miracolo gioioso dell’arte che trasporta in mondi altri e alti, ben lontani dalla quotidianità, in un naufragio dolce.

In una serata, grazie a tanti giovani talenti, sono stati dissacrati moltissimi luoghi comuni, dal pregiudizio che rimprovera alla scuola, nella fattispecie all’indirizzo classico, una certa inattualità nella sua distanza dalla vita reale, ma anche quello che vuole i nostri ragazzi suggestionati dai ritmi incalzanti e alienanti della tecnologia: la loro arte ci ha ”insegnato” (poiché, si sa, l’apprendimento è un’esperienza circolare e ad ogni lezione che tengono gli insegnanti apprendono dai loro stessi alunni, poiché si tratta di un’esperienza unica e irripetibile, che modifica entrambi gli attori del processo) che essi conoscono la bellezza dello sforzo di apprendere, riconoscono di appartenere ad una cultura che ha radici antichissime, accettano la sfida di faticare per divenirne parte e scelgono di esserne attori e promotori, non passivi recettori. Se poi la realtà parla il linguaggio preciso della scienza e propone i tempi rapidi della soluzione tecnologica a ogni interrogativo, compito della scuola è proprio quello di offrire una controproposta per rispondere al bisogno ontologico di emozionarsi, cui l’arte è in grado di sopperire. “Enthousiasmos” lo definivano i Greci. Ed è proprio questo il sentimento che si è percepito durante la Notte del classico: l’”enthousiasmos” degli alunni e quello, identico e condiviso, dei loro docenti e delle loro famiglie le quali fiduciose (dal Latino “fides” che, significativamente, indica la “lealtà”) li hanno affidati (ancora la radice di “fides”) a una scuola di cui condividono un progetto educativo e umano e in cui confidano (nuovamente da “fides”) per preparare i ragazzi alle sfide della vita con “lealtà” (“fides”) e coerenza.

“Sedendo” e “osservando”, dunque, il pubblico ha potuto “ammirare” nel suo realizzarsi il miracolo dell’arte celebrata con “entusiasmo” giovanile e declinata in tante forme espressive ma con un unico linguaggio che è quello dell’emozione, dell’amore per ciò che si fa.

“Nel suo profondo vidi che s'interna,

legato con amore in un volume,

ciò che per l'universo si squaderna: 

sustanze e accidenti e lor costume

quasi conflati insieme, per tal modo

che ciò ch'i' dico è un semplice lume!“ (Par. XXXIII, 85-90)

Così il Sommo poeta descrive il suo incontro con Dio, l’appagante esperienza della realizzazione di un obiettivo, la meta di un viaggio, di una vita: l’amore e la luce dell’intelligenza che sciolgono i dubbi, le contraddizioni insanabili e le ansie della misera e terrena esistenza.

Un semplice lume di una candela bianca; una notte di gennaio insolitamente tiepida; un verso di poesia; una melodia; la gioia di esistere, nel tempo presente, figli del passato più nobile e umili ma operosi artefici di un futuro migliore.

Prof.ssa Patrizia Fava

 



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