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Oltre la pandemia

Oltre la crisi di civiltà, oltre la pandemia del Coronavirus

Una nuova rivoluzione culturale, morale, spirituale

Dopo e accanto alla crescita della CO2, al surriscaldamento del Pianeta, all’attacco alla biodiversità (scomparsa delle specie viventi: tra le 90.000 e le 110.000 al giorno), alla deforestazione, all’inquinamento dell’aria, alla crescita degli allevamenti intensivi (Cina, USA, Argentina …), dopo l’assalto al mondo animale (ingabbiandolo negli “allevamenti intensivi” e uccidendolo per la nostra alimentazione), dopo l’assalto al mondo vegetale (per deforestazione e/o occupazione del suolo), la devastazione della Terra avanza a ritmo vertiginoso, quasi incontrollato. Anche nel contesto di un livello preoccupante di tensione demografica (oggi 7,5 miliardi, ma in prospettiva, nel 2050, 9÷10 miliardi di abitanti).

Crisi di civiltà, allora, ma oltre le ipotesi di “rischio atomico” di un Albert Einstein: per il pericolo fondamentale delle armi nucleari che l’umanità, senza quella rivoluzione culturale che lui identificava in un “nuovo umanesimo”, difficilmente sarebbe riuscita ad evitare. Ma, questa volta, crisi di civiltà per lo scombussolamento che la rottura nei complessi equilibri biotici sta facendo avanzare nell’organizzazione dei sistemi vitali e della stessa vita dell’uomo.

Di questa crisi, manifestazione è anche l’attuale pandemia del coronavirus. Non legata alla potenza distruttrice della guerra e alla devastazione dei paesaggi naturali rurali e sociali a questa connessi: come nella “peste nera” che alla metà del 1300 devastò l’Europa (guerra tra tatari e genovesi in Crimea); o nella peste descritta nei “Promessi Sposi” (1628), legata alla guerra tra Francia e Asburgo per il possesso di Casale Monferrato; o, infine, nella pandemia chiamata “spagnola” ai tempi della Prima Guerra Mondiale (1918).

Crisi, piuttosto, predisposta attualmente dagli allevamenti intensivi della Cina e dall’inquinamento atmosferico del Pianeta.

Si potrebbe azzardare una riattualizzazione del “tragico” dei greci: come una “Nemesi” da parte della natura, che ogni tanto si ribella alla “prepotenza" dell’uomo, al “deinos” dell’uomo, alla violenza, in questi casi, nei confronti del mondo animale, già vista in Sofocle (“Antigone”) ma oggi diventato progetto di massa, progetto di sterminio, di ecocidio. Un’umanità che, con tanta parte dei suoi gruppi dirigenti, ha dimenticato la tremenda accusa che la grande cultura ebraica del ‘900 aveva lanciato: dal premio Nobel di Letteratura J.B. Singer alla Scuola Filosofico-Sociologica di Francoforte (Adorno, Horkheimer): essere stato lo sterminio degli ebrei l’applicazione di un’altra strategia di sterminio posta in atto nell’età moderna, quella degli animali.

Dunque, un grave pericolo di catastrofe per l’uomo, oggi. Ma con il Poeta (Hölderlin):

“Ma dove è il pericolo, cresce / Anche ciò che ti salva”

Da dove allora la “salvezza” (il “ciò che ti salva” di Hölderlin)? Dalla scienza, anche. Dalla tecnica, anche. Dalla politica, anche. Dall’etica, anche (e in modo “forte”). Ma non sono, questi, gli elementi decisivi, fondamentali.

Il punto, come è stato visto tante altre volte, nei “punti di svolta” della storia umana, è altrove. Altrove è il fondamento della salvezza.

Nell’acme e dopo l’acme della “grande tempesta” c’è bisogno di un di più, di un “oltre”: di quella rivoluzione culturale, morale, spirituale, nuovo umanesimo, nuova “renaissance” che Einstein all’inizio degli anni ’30 aveva intravisto (in dialogo con Freud) e poi pienamente confermato; che il gruppo di “Esprit” negli anni ’30 (i cattolici J. Maritain e E. Mounier, l’ortodosso N. Berdjaev) aveva sollecitato; che A. Olivetti negli anni ’50 aveva proposto; che, infine, l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato si’” ha posto al centro del suo Progetto per un “oltre”, oltre questa “modernità” in crisi e inadeguata a un Progetto alternativo per il futuro dell’umanità.

Quali allora i valori violati da questa modernità e oggi richiamati a ispirare il nuovo viaggio?

Intanto, l’umiltà etica, antropologica e anche epistemologica. A lezione dall’umiltà dei greci, dell’Antico Testamento, della saggezza della cultura latina, orientale (induista, taoista, buddhista), cristiana, della scienza moderna (e qui il rimando è a Galileo, a Newton) e nel secolo scorso, tra gli altri, di Einstein.

GALILEO:

“Estrema temerarietà mi è parsa sempre quella di coloro che voglion fare la capacità umana misura di quanto possa e sappia operar la natura”

NEWTON:

“Non so che cosa il mondo penserà di me, a me sembra di essere stato solo un fanciullo che gioca sulla riva del mare e si diverte a trovare, ogni tanto, un sassolino un po' più levigato e una conchiglia un po' più graziosa del solito, mentre il grande oceano della verità si stende disciplinato davanti a me”.

EINSTEIN:

“L’essere umano è dotato di una intelligenza appena sufficiente per constatare chiaramente la sua incapacità di comprendere il mondo reale. Se si potesse comunicare ad ognuno questo senso di umiltà, tutta la sfera di rapporti umani ne trarrebbe vantaggio”.

Quell’umiltà se avesse “abitato” la civiltà moderna non avrebbe potuto accettare l’hybris del Progetto cartesiano (compito dell’uomo: diventare “padrone e possessore del mondo”) che ha retto e regge l’attuale fase della civiltà umana: un potere esercitato anche sugli altri umani, sulle piante, sui fiori, sugli animali, sulla vita.

Di questa hybris e del suo tragico naufragio è espressione la figura di Faust in Goethe.

Mentre Faust celebra le lodi della tecnica, del Progetto dell’uomo moderno di dominare la natura, di portare ordine all’interno del suo ritmo e delle sue forme, ecco che quella tecnica mostra anche il lato demoniaco della sua costitutività, il lato “thanatos” del suo darsi: l’avanzare del dominio tecnico sulla natura porta con sé l’assassinio di Filemone e Bauci, la coppia di anziani che rappresentano l’“abitare la Terra” secondo i principi della tradizione, muore lo stesso Faust, come contrappasso del suo progetto di ominizzazione: viene afferrato e deposto nella fossa che una coorte di diavoli intanto gli scava (W. Goethe, Faust, Parte II, Atto V).

Per venire all’oggi: il potere/violenza/pre-potenza, che si ripresenta nell’ingabbiare gli animali in orrendi allevamenti intensivi, nuovi campi di concentramento, nuovi lager. Luoghi di sofferenza e germinatori di malattie pestilenziali.

L’amore

Accanto all’umiltà, l’amore/carità: amore e apertura verso l’“altro”, fondamento di una relazione empatica con l’“altro”. Come già nella saggezza taoista, in Aristotele (l’essere umano come portatore di “filia”), nella etica biblica vetero-testamentaria (l’“Ama il prossimo tuo come te stesso” di Lev. 19,16, richiamato da Freud in dialogo con Einstein), nell’agape/carità cristiana (di cui sempre Freud tesse un alto elogio, in “Psicologia delle masse e analisi dell’io”).

Quell’amore/carità che non incidentalmente nei “Promessi Sposi” di A. Manzoni è proposto come la risposta che può sostenere il futuro dell’umanità durante e dopo la peste

“[…] In mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri […] ci furono degli animi sempre desti alla carità […] ci furono pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non erano chiamati per impiego” (XXXII, pp. 69-2, Ed. D’Anna, 1966)

“Cominciamo da questo viaggio, dai primi passi che stiamo per fare, una vita tutta di carità [...] Voi che siete rimasti senza figliuoli, vedete intorno a voi, questi figliuoli rimasti senza padre! Siatelo per loro! E questa carità, ricoprendo i vostri peccati, raddolcirà anche i vostri dolori” (XXXVI, p. 776)

Sempre all’amore inteso come solidarietà, l’ateo Camus, più di cento anni dopo (1947) ne “La Peste”, affida il compito di illuminare e sostenere il cammino dell’umanità dopo la tempesta della peste che ha devastato la città di Orano, in Algeria:

“[…] Questo mondo senza amore era come un mondo morto […]”

Di fronte alla peste “bisogna aiutarsi l’un l’altro”.

Amore e apertura all’altro: dove l’altro non è solo l’uomo, ma anche il mondo animale, il mondo vegetale, sono anche le cose. Quelle cose che R. M. Rilke nella sua poesia, si potrebbe dire dal timbro orfico-francescano, sembra accarezzare sostando e portando allo scoperto il loro splendore ontologico:

“le cose” “le sorelle nel vento silenziose” “che d’infinita infanzia han la fortuna” (Sonetti ad Orfeo, Parte seconda, 24).

 

LUCIANO VALLE

Presidente del Centro di Etica Ambientale di Bergamo

Presidente dell’Associazione Etica Sviluppo Ambiente - Adriano Olivetti

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